Tutor di formazione turistica

Dall'abbandono alla rinascita

Nell’ambito di un progetto della Confartigianato di Salerno fui chiamata a fare da tutor durante un corso di formazione turistica tenutosi al Museo speleo-archeologico di Pertosa (Sa). Il programma prevedeva una serie di focus sulle varie fasi della progettazione e una simulazione di redazione business plan.

Un luogo incredibile, che racconta la storia dei primi insediamenti palafitticoli del Vallo di Diano. La particolarità è che erano costruiti nell’antro di una grotta con un legno inattaccabile dall’acqua ed erano formati da moduli riparabili singolarmente.

Dalla teoria alla pratica

Un giorno notai che erano particolarmente distratti, e quindi ne indagai le motivazioni: alcuni di questi si erano inerpicati lungo dei sentieri abbandonati ed erano riusciti ad arrivare fino alla vecchia stazione ferroviaria, ormai cadente e in rovina, che uno di loro, provetto fotografo, aveva immortalato in alcune foto di grande suggestione. Visto che il programma del corso prevedeva la redazione di un itinerario turistico a scelta suggerii di utilizzare quella stazione, e non una destinazione a caso, come focus. I ragazzi si dimostrarono scettici, supponendo a torto che un edificio abbandonato e brutto non potesse mai risultare attrattivo. Io risposi loro che non esistono luoghi brutti, ma soltanto racconti sbagliati, e consigliai loro di trovare la chiave di lettura che avrebbe trasformato quel luogo fatiscente in un’attrazione. Ci ragionarono due giorni, e alla fine uscì fuori un progetto di archeologia industriale dalle sfumature horror degno di comparire in qualsiasi progettazione turistica. Un capolavoro di bellezza, che rese i ragazzi felici e orgogliosi di aver scoperto un tesoro e desiderosi di trovarne altri. Lo testammo sul campo come itinerario e funzionò.

Ed ecco che un luogo brutto si è trasformato, con la giusta prospettiva, in un luogo interessante, un problema è diventato un’opportunità e la comunità si è dimostrata orgogliosa di poter mostrare un pezzo di sé.

A questo si aggiunse Umberto. All’interno di una delle sale del museo c’è un manichino ad altezza naturale raffigurante un uomo delle caverne, che per scherzo avevamo soprannominato Umberto. Per i ragazzi era fonte di grande divertimento, ma capimmo presto che questa cosa poteva fungere anche da attrattore insospettabile. Cominciammo infatti a seminare via social questo nome, delle immagini, ci improntammo sopra una strategia. 

Ebbene, funzionò. La gente prenotava e, non appena arrivava, chiedeva di Umberto, si faceva le foto con lui e con la “compagna”, il manichino femminile della foto sopra. Ah, se ve lo state chiedendo sì, c’è anche Umberto in quella foto, è dietro di profilo. Fu un modo simpatico per far capire loro l’importanza di dare alla gente un appiglio, quello che in gergo è chiamato marker emotivo, su cui imperniare il ricordo della visita.

Ironia, confutazione, maieutica.

Socrate batte abbandono 1 a 0.